Materie prime: l’anello debole della ripresa

L’EDITORIALE di Fabio Chiavieri

Abbiamo imparato in questi anni che la globalizzazione dei mercati ha prodotto molti effetti sulle economie dei paesi di tutto il mondo. I principali beneficiari della globalizzazione sono certamente i consumatori che possono contare su una scelta più ampia grazie a una maggiore offerta di prodotti e servizi. Sebbene i problemi venutisi a creare a causa di questo fenomeno, che racchiude in sé il concetto di internazionalizzazione, siano stati, se non risolti, almeno in parte metabolizzati dalle varie economie mondiali, ciò non toglie che ancora oggi è difficile poter reagire in maniera tempestiva agli effetti provocati da imprevedibili strategie adottate da paesi magari a migliaia di chilometri di distanza, come ci insegna l’”effetto farfalla”: un battito d’ali di farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo.

L’uragano in questione è la difficoltà di approvvigionamento delle materie prime e il prezzo molto alto di quelle disponibili: un fenomeno che sta mettendo in seria difficoltà le imprese manifatturiere italiane.

Ma cosa c’è alla base di questo evento che rischia di rallentare la ripresa? L’accelerazione verso l’uscita dalla pandemia di Stati Uniti e Cina ha rimesso in moto prima del previsto le rispettive economie di questi paesi che attirano in questo momento la maggior parte delle forniture. Il crescente aumento della domanda e le “probabili” manovre speculative stanno portando così a un aumento, definito da molti esperti spropositato, delle materie prime. Questa situazione, che si stava già delineando a inizio anno, rischia di diventare ancora più critica perché le maggiori economie del mondo, tra cui quella dell’Italia, sentono la necessità di ripartire di slancio. L’impennata dei prezzi porta a un inevitabile aumento dei costi di produzione che le aziende, in un fragile contesto dei consumi come quello attuale, non possono neppure in parte trasferire sui prezzi di vendita. 

Il problema è trasversale a tutti i comparti manifatturieri per cui si lamentano difficoltà di approvvigionamento di acciaio, rame, alluminio, polimeri, semiconduttori e componentistica. 

L’aumento dell’acciaio, che dalla scorsa estate ha raggiunto rincari del 100%, apre una ferita aperta per l’Italia. L’ex ILVA di Taranto, passata nelle mani di ArcelorMIttal, in pochi anni ha praticamente dimezzata la produzione, mentre il colosso franco-indiano detta i prezzi in tutta Europa. 

fabio.chiavieri@ammonitore.it

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