
“Mamma che caldo!”
Questa è l’espressione che vincerebbe il premio come la più citata in questi ultimi quindici giorni di agosto.
Nulla di nuovo dirà qualcuno, ci si lamenta tanto del caldo estremo quanto del freddo estremo.
La differenza sta proprio nell’aggettivo “estremo”, inteso come qualcosa che ha raggiunto il suo apice più pericoloso.
Il vero problema è che passata l’ondata di aria torrida ci si dimentica di tutto esattamente come ci siamo dimenticati delle alluvioni e del freddo anomalo di inizio agosto, fatte salve, ovviamente, le persone che hanno subito i danni maggiori.
Dimenticarsi non significa però che la questione sia archiviata, anzi, ben presto, di questo passo, rischieremo noi di andare in archivio.
I cambiamenti climatici hanno varie origini e cause, tra queste, la visione antropocentrica del mondo che “che pone l’uomo al centro di ogni considerazione, classificazione o schema”.
L’uomo pensa alle sue necessità e per ottenerle produce in maniera sconsiderata.
Per fortuna, il mondo manufatturiero dei paesi più industrializzati continua a porsi la domanda su come si possa mantenere alto il livello di produttività in modo sempre più sostenibile.
Lo studio di processi produttivi e, quindi, di tecnologie, meno impattanti sull’ambiente passa in prima analisi dall’ottimizzazione delle prestazioni identificando inefficienze, sprechi o possibili miglioramenti da apportare ai processi produttivi stessi.
Così come assume sempre più importanza il concetto di economia “circolare” con modelli che puntano al riciclo e al riutilizzo dei materiali e prodotti. La sostenibilità dei processi produttivi avrà un grande peso sulle sorti del nostro pianeta senza però dimenticare che “la sostenibilità è solo un’evoluzione del concetto di responsabilità” e che quest’ultima non coinvolge solo le imprese ma tutti noi.
L’educazione al rispetto dell’ambiente è argomento da insegnare fin dai primi anni scolastici affinché le nuove generazioni abbandonino un’idea troppo consumistica della società in cui vivono.
Per fare un esempio un po’ diverso della solita isola di plastica dell’oceano Pacifico – di inaudita gravità sia chiaro – ricordo che la moda usa e getta dei vestiti sta riempiendo il pianeta di rifiuti tessili.
Tale tendenza, tuttavia, è figlia della vendita di capi low cost per accontentare una clientela che intravede in questa strada la possibilità di essere “alla moda” senza spendere tanto.
Da questa considerazione, ne scaturisce subito un’altra: il contesto sociale in cui viviamo deve svilupparsi e progredire parallelamente alle tecnologie e ai processi produttivi. Solo così potremo parlare veramente di sostenibilità.
Le discariche tessili, ha affermato Silva Heredia nella denuncia “hanno generato per anni, e continuano a generare attualmente, gravi danni all’ambiente, che rischiano di diventare irreparabili”.
di Fabio Chiavieri














